Egitto: elezioni e rivoluzioni

La storia non inizia il 25 gennaio. L’Egitto fra rivoluzione, vecchie dinamiche e poteri forti. [Lorenzo Declich]

 

Ragionando sulle elezioni egiziane, e usando le dovute cautele riguardo alla partecipazione al voto (52% e non 62% nonostante le paventate multe per chi non si presentava ai seggi), riguardo al tipo di votazione – forse la meno importante di tutte: la Camera bassa – e riguardo al processo elettorale che è ancora ben lontano dall’essere completo, si possono tirare alcune somme.

I Fratelli Musulmani sono il centro dello schieramento politico. Raccolgono i risultati del loro radicamento costruito nei decenni e non privo di compromissioni con il sistema di potere del recente passato. Al loro fianco si dispongono, con un bacino elettorale del 7-8%, le forze “liberali” non connotate dal punto di vista religioso ma che con i Fratelli Musulmani probabilmente flirteranno. Alla loro destra si dispongono (1) i resti “politici” del vecchio regime, un 3-4% di “potentati” che hanno resistito all’onda d’urto della rivoluzione del 25 gennaio e (2), con un 20% (sono usciti un po’ ridimensionati dai ballottaggi), le formazioni salafite che, la cosa non deve sfuggire, hanno raccolto la semina dei decenni passati, nei quali sono stati “usati” in funzione anti-Fratelli Musulmani proprio dal vecchio regime e abbondantemente supportati dal punto di vista logistico (televisioni) e finanziario dai paesi del Golfo, in particolar modo dall’Arabia Saudita. Alla sinistra dei Fratelli Musulmani troviamo una sinistra moderata che, con un 10%, ha mantenuto consensi d’opinione dopo la caduta del regime di Mubarak, beneficiando anche del proprio appoggio al cambio di regime. Infine incontriamo le compagini rivoluzionarie, al 4%.

Bene: qual è la novità? O meglio: c’è qualcosa di nuovo? Qui dobbiamo discernere fra ciò che già era in atto prima del 25 gennaio e ciò che si è costruito dopo. E bisogna inoltre tenere presente che, in una situazione del genere, non era oggettivamente possibile determinare quale sarebbe stato l’impatto elettorale delle forze di diretta emanazione del vecchio regime: che queste ultime si siano fermate a un complessivo e parcellizzato 3-4% ci racconta di quanto il “sistema” di Mubarak fosse “spalmato” sull’Egitto in maniera del tutto abusiva — un motivo in più per leggere in maniera corretta le ragioni della rivoluzione del 25 gennaio –, di quanto la vera forza politico-sociale del paese fosse invece quella dei Fratelli Musulmani e dei guasti che quella occupazione abusiva del potere ha determinato nel montare delle compagini salafite la cui partecipazione al voto, ricordiamolo, è a suo modo un per quanto contraddittorio sintomo dell'”integrazione” in atto di queste forze all’interno di un sistema politico che – per sua natura – non soddisfa l’aspirazione alla costruzione di uno Stato “teocratico” o per meglio dire “coranico”. Ovvero: i salafiti hanno partecipato al voto affermando che votare è sbagliato, hanno accettato una “conta” che ha rivelato la loro presenza massiccia ma non quella egemonia, sia relativa che assoluta, che avrebbe loro permesso di portare avanti la loro principale rivendicazione. Di nuovo, dunque, da questo punto di vista, c’è che sappiamo finalmente come si compone la compagine socio-politica egiziana, senza filtri intossicanti (se escludiamo qualche broglio e i “voti comprati” a suon di “panini”), il ché, come ho già avuto modo di notare, è un fatto decisamente positivo. Con queste elezioni si fotografa quel processo di “rincorsa” verso posizioni ultraconservatrici che aveva caratterizzato il periodo precedente.

E ora qualche parola per sottolineare che quello “sparuto” 4% della coalizione “rivoluzionaria” è certamente poco ma va letto ponendosi domande come ad esempio: quanti voti prenderebbe un cartello che ha per nome “La Rivoluzione Continua” in Italia? Così come sarebbe intelligente salutare con favore l’emersione delle vere forze in campo leggendole nell’ottica di un processo che potrebbe portare a un nuovo e maturo sistema democratico, dovremmo essere pronti a riconoscere in quel 4% la parte davvero “nuova” dell’Egitto (di cui fanno parte, fra l’altro, forze che hanno invitato a non votare). Quali che siano la sue contraddizioni e debolezze interne, quale che sia il suo destino, il suo impatto futuro o la sua capacità di strutturarsi “al di fuori” di quella particolare struttura che è il “tempo della rivoluzione”.

Infine due parole sul futuro, sempre nell’ottica del “cosa c’è di nuovo”. Se c’è qualcosa che fa difetto nelle analisi che troviamo in giro è la assenza di profondità storica, anche minima. Sembra quasi che l’Egitto sia esistito a partire dallo scorso 25 gennaio e che prima in Egitto non succedeva niente. Invece di dinamiche in atto in Egitto ve n’erano così come, ovviamente, era presente una politica economica, sociale e culturale che teneva conto delle spinte esterne e dei poteri forti globali. Questi poteri non hanno cessato di esistere, avevano una loro agenda prima del 25 gennaio e l’hanno tuttora. Forse l’hanno parzialmente modificata (vedi ad esempio gli Stati Uniti) ma ciò non significa che, sia prima che dopo il 25 gennaio, fossero in molti a “fare i conti” sulla testa degli egiziani. Oggi vediamo “in chiaro” vagonate di petrodollari spalmarsi sui progetti di sviluppo economico, vediamo “manifestamente” gli americani assestarsi su una posizione di “controllo” nei confronti dei Fratelli Musulmani, ma tutto questo non è davvero “nuovo”, si tratta di un qualcosa da leggere nel quadro di un continuum che — forse questo è davvero un dato su cui riflettere in termini generali — la “rivoluzione del 25 gennaio” non è riuscita a interrompere. La qual cosa potrebbe far dire a qualcuno che questa “rivoluzione” non è stata una vera rivoluzione. Un riflessione che definirei “nominalistica” e che anzi mi risulta molto fastidiosa, specialmente se articolata da quegli stessi italiani che di rivoluzioni, vere o non vere, non ne hanno mai fatte.

Via “globalist”

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