La Serenissima guardò all’Egitto

In principio fu San Marco. Fu lui a legare indissolubilmente la Serenissima con l’Egitto, e ben prima che due veneziani ne trafugassero il corpo da Alessandria nell’anno 828 della nostra era. La sua vita oscura fu plasmata ad arte proprio dalla Chiesa copta che lo volle suo fondatore in Alessandria, e dai veneti che ne fecero l’evangelizzatore delle proprie terre. Poi lo fecero transitare anche per la località di «Rivoalto» dove un angelo gli avrebbe annunciato il suo riposo eterno in quel luogo: la sua divina protezione su Venezia era sancita. Ma non è raro che le leggende abbiano inaspettati risvolti di verità, e difatti abbondano in terra veneta le prove che, ai tempi di Marco, l’Egitto era familiare. Non solo testimonianze dei culti egittizzanti di Iside o Serapide diffusi ovunque nell’Impero romano, ma anche monete alessandrine trovate in gruzzoli consistenti, indizi non banali di una possibile presenza di genti egizie tra le brume lagunari. È inevitabilmente roboante l’esordio della mostra «Venezia e l’Egitto», sancito dalla sublime Pala feriale di Paolo Veneziano con le storie del santo. Mostra ospitata nella maestosa sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale che ne evidenzia l’importanza per la città. Perché il rapporto di Venezia con l’Egitto fu molto più profondo e concreto dell’attrazione per l’antica civiltà sapiente e misteriosa che ha pervaso molte epoche della cultura occidentale. E tra le tante terre d’Oriente, proprio al l’Egitto la Serenissima ha sempre guardato con particolare attenzione, nel nome di San Marco e non solo. La mostra narra la storia di questo rapporto che, innanzitutto commerciale, si è tramutato nel tempo in profonda consuetudine con l’altro, in scambi di conoscenze e idee, e infinite avventure di gente che parlando mille lingue era ovunque di casa. Mostra che ha dovuto necessariamente mettere assieme competenze diversissime a partire dai curatori: uno storico dell’arte Enrico Maria Dal Pozzolo, una studiosa di letteratura Rosella Dorigo, una storica Maria Pia Pedani. E ricchissima di opere spettacolari, preziosità, documenti, curiosità. Tanti ma mai troppi perché ciascuno è indizio di vicende e intrecci sorprendenti. A partire dalla storia del leone marciano che, guarda caso, è assurto a simbolo della Serenissima nel Duecento quando il sovrano del Cairo Baybars si faceva chiamare «leone d’Egitto», adottando pure lui il leone nel suo stemma. O la storia di San Giovanni Elemosinario, patriarca di Alessandria nel VII secolo, le cui spoglie sono custodite e venerate dagli ortodossi nella chiesa veneziana di San Giovanni in Bragora (in mostra c’è il bel coperchio della cassa). O le storie dei molti capolavori di provenienza egizia nel tesoro di San Marco. Del tappeto cairota di oltre dieci metri, pezzo unico al mondo, della Scuola di San Rocco. Ma quasi stupiscono di più i molti frammenti di ceramiche mamelucche trovati in laguna, che per i veneziani non erano oggetti esotici ma di uso quotidiano. Come pure fu normale, per il pittore veneziano Pietro Liberi, fare nel Seicento lo stesso viaggio in Oriente che altri europei faranno solo due secoli dopo. Tra i pittori veneti l’attenzione per l’Egitto è costante, tra immagini di fantasia e filologico descrittivismo. Giorgione dipinge un Faraone tra i colli trevigiani. Tintoretto ambienta l’episodio di Giuseppe e la moglie di Putifarre in una sontuosa dimora veneziana. E tra le molte versioni della Fuga in Egitto (alcune sublimi come le 27 acquaforti di Giandomenico Tiepolo), spuntano proprio a Venezia anche temi desueti come Abramo che insegna l’astrologia agli egiziani del pittore barocco Antonio Zanchi. E non si contano le suggestioni egizie nelle opere del veneziano Giovanni Battista Piranesi, convinto come molti contemporanei che proprio lì risiedesse la vera sapienza. Per giungere poi all’indomani della spedizione napoleonica in Egitto quando Pietro Paolotti dipinge una Morte dei primogeniti contaminando invenzione e conoscenze scientifiche: pare un kolossal di Hollywood. Fu poi un veneziano, il patriarca di Aquileia Marco Grimani, a misurare già nel Cinquecento la piramide di Cheope. E un altro veneziano, Prospero Albini, a portare in Europa la pianta del caffè. Veneziano il primo stampatore in arabo d’occidente, che nel 1537 confezionò un Corano ma con troppi errori. E tra l’infinità di «documenti turchi» dell’Archivio di Stato di Venezia, spiccano le comunicazioni in linguaggi cifrati che utilizzavano sovente i non ancora decifrati geroglifici. Il documento principe è però la famosa Commissione all’ambasciatore in Egitto del 1504, con quella pagina poi cassata contenente la proposta di tagliare la terra a Suez. Si era da pochi anni doppiato il capo di Buona Speranza e i veneziani vedevano svanire il loro primato commerciale con l’Oriente. Il canale sarebbe stata la grande soluzione, ma rimase sulla carta. Per aprirsi poi nell’Ottocento su progetto di un altro conterraneo, il trentino Giovanni Negrelli. Ma prima di lui il padovano Giovanni Belzoni aveva rivelato al mondo molte meraviglie dei faraoni, il bellunese Ippolito Caffi aveva dipinto con sguardo acuto la vita d’Egitto, il rodigino Giovanni Miani aveva quasi trovato le sorgenti del Nilo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Venezia e l’Egitto, Venezia, Palazzo Ducale; fino al 22 gennaio 2012; www.visitmuve.it

Via “Ilsole24ore”

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