Natale al sicuro per i copti sotto la protezione dei Fratelli Musulmani

Nel corso delle festività natalizie si è riaperta la paura di un nuovo attentato da parte degli integralisti islamici per la popolazione copta egiziana, appartenente per la maggior parte alla chiesa ortodossa. Il 6 gennaio 2010 sette persone furono ammazzate da un commando armato che aprì il fuoco contro un gruppo di fedeli della chiesa di San Giovanni a Nag Hammadi. Nel gennaio 2011 altre ventuno persone hanno perso la vita durante la messa della comunità nella notte di Capodanno in una chiesa di Alessandria per l’esplosione di un’autobomba . Quest’ultimo avvenimento ha generato numerosi scontri tra fra copti e musulmani, anche se è stato scoperto che l’attentato è stato pianificato dai servizi segreti di Habib el-Adly, ministro degli Interni del governo di Mubarak.

La polizia ha ignorato per molto tempo le richieste di protezione della comunità, provocando mancanza di fiducia della popolazione nell’esercito. Il portavoce della Chiesa cattolica egiziana, P. Rafic Greiche, sostiene infatti che l’esercito pensa solo a proteggere se stesso e il proprio potere e non i valori della rivoluzione. A dimostrazione di questo egli porta l’esempio dell’invasione dei militari negli uffici di diciassette organizzazioni per i diritti umani finanziate da Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi stranieri.

Negli ultimi giorni di dicembre è cresciuta la tensione per l’avvento del Capodanno ortodosso che è stato festeggiato dai fedeli con le funzioni liturgiche tipiche della loro religione. Kiryllos, vescovo copto ortodosso di Nag Hammadi, ha lanciato un appello al generale Tantawi, capo del Consiglio supremo dei militari (SCAF) eletto a seguito della caduta del presidente di Mubarak, per chiedere sicurezza durante le celebrazioni: “Ho ricevuto diverse minacce di attentati contro la mia diocesi e ho chiesto alla polizia di proteggere la comunità”.

A sostenere questa minoranza ci sono i Fratelli Musulmani, vincitori delle prime due competizioni elettorali, i quali hanno chiesto al Consiglio Supremo delle forze armate la costruzione di ronde per proteggere le chiese copte il giorno di Natale ( per i copti è il 7 gennaio). Una delegazione rappresentata dal vice presidente del gruppo Mahmoud Essat, ha visitato queste chiese il giorno di Natale. La Fratellanza musulmana ha affermato: <<Siamo pronti a cooperare con le autorità e a formare ronde e comitati popolari di membri della Fratellanza per aiutare a proteggere le chiese>>.

Mahmoud Ghozlan, portavoce dell’ufficio esecutivo della Fratellanza Musulmana ha dichiarato : <<Abbiamo assegnato i gruppi per salvaguardare le chiese in tutto l’Egitto, in modo che i nostri fratelli copti possano partecipare alla messa di Natale liberi da preoccupazioni>>.

Sin dai primi giorni della caduta del regime di Mubarak , i Fratelli musulmani hanno cercato di tutelare i diritti dei gruppi religiosi minoritari. I capi del partito musulmano Giustizia e libertà (FJP) hanno voluto un dialogo con gli esponenti di rilievo della chiesa copta. Per quanto riguarda il tema delle libertà personali, Ghozlan, ribadisce che sono parte integrante della Shari ‘a (legge islamica) poiché “il governo è uno dei pilastri dell’islam, la libertà è uno dei suoi doveri”. Secondo questi, infatti ,le priorità per l’Egitto in questo momento sono libertà economica, giustizia sociale e sicurezza.

Questa apertura da un lato è stata voluta per soddisfare gli osservatori occidentali, dall’altro per cercare di ottenere consensi nella sfera politica durante le prossime elezioni. La Fratellanza musulmana è pronta a tutto per prendere il potere, anche allo scontro con i salafiti, altre forze islamiche del territorio, come è già avvenuto durante i recenti ballottaggi nelle prime due competizioni elettorali.

Numerosi sono gli elettori copti che sostengono il FJP. Meuret Willam, elettore copto, ha votato per questo partito e per il programma che questo propone. Egli afferma: <<Noi crediamo che il FJP darà giustizia a tutti>>. Farha Ibrahim Moher dichiara che non ha votato per questo partito spinta dalla propaganda negativa sullo voci dello stato islamico, ma per le idee che questo propone. Un’altra elettrice Amal Sobhi si augura che questo partito porterà al raggiungimento della parità tra musulmani e copti.

Qualche settimana fa anche i ministri degli Esteri dell’Unione Europea, riuniti a Lussemburgo, hanno condannato le violenze che si stanno verificando in Egitto contro questa minoranza. Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle ha sostenuto: << E’ venuto il momento che i vertici politici egiziani si rendano conto dell’importanza della pluralità religiosa e della tolleranza>>. William Hague, ministro degli esteri britannico, ha affermato: <<E’ molto importante che le autorità egiziane riaffermino la libertà di culto nel Paese>>. La posizione dell’Italia si esprime tramite le parole dell’ europarlamentare del Pd Debora Serracchiani, membro della commissione Libertà civili: <<L’Europa non può rimanere senza parole davanti al massacro dei copti in Egitto, e nemmeno può parlare con una voce flebile>>.

L’intera comunità internazionale spera che ci sarà un reale cambiamento nel Paese e che si diffonderanno democrazia, pace e serenità, dopo anni di repressione dell’ex regime dittatoriale di Mubarak.

Via “levanteonline”

Mubarak a processo Chiesta la condanna a morte

L’ex presidente alla sbarra
per aver ordinato la sanguinosa
repressione di piazza Tahrir

«A morte, a morte…Allahu Akhbar»: queste le grida risuonate in aula subito dopo che un componente del team dei pubblici ministeri, Mustafa Khater, ha chiesto la pena di morte per l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, per il suo ex ministro dell’interno Habib el Adli e per sei collaboratori di quest’ultimo. È accaduto oggi al Cairo, nell’ultima udienza dedicata alla requisitoria dei pubblici ministeri nel processo per giudicare Mubarak e gli altri per l’accusa di aver ordinato l’uccisione di 846 manifestanti in piazza Tahrir nei giorni seguiti alla rivoluzione del 25 gennaio, che portò alla caduta del regime al potere da 30 anni nel paese. Come per le udienze precedenti nutriti servizi d’ordine sono stati disposti intorno agli ingressi dell’Accademia di Polizia, alla periferia del Cairo, in cui si svolge il processo. Da una parte sostenitori dell’ex rais, con sue foto e scritte a lui favorevoli, dall’altra manifestanti antiregime e parenti delle vittime di piazza Tahrir. Una di loro recava un cartello con il viso di Mubarak incorniciato da un nodo scorsoio.

Il procuratore capo, Moustafa Suleiman, che ieri aveva definito l’ex presidente egiziano « un dirigente tirannico», responsabile di aver falsificato la volontà del popolo in elezioni mai veritiere, ha sostenuto con energia la «responsabilità politica e legale» di Mubarak per le violenze contro i manifestanti, «di cui non può sostenere in alcun modo di non essere stato informato». Tutti i testimoni interrogati – ha detto ancora il procuratore capo – incluso l’ex capo dei servizi segreti Omar Suleiman, nominato vicepresidente da Mubarak poco prima di dimettersi, hanno confermato che la polizia non avrebbe potuto sparare contro la folla se non fosse stata autorizzata dall’alto. Mubarak stesso, secondo il magistrato, avrebbe ammesso le proprie colpe quando dichiarò di aver deciso di lasciare la presidenza «dopo che l’esercito aveva fallito nello svolgimento del proprio ruolo». «Quale era il suo ruolo se le violenze contro i manifestanti finirono quando l’esercito fu schierato?». «Se la pena di morte è prevista per l’uccisione di un uomo – ha incalzato il procuratore Suleiman – che cosa si deve decidere per quella di centinaia di persone?».

Uno degli avvocati difensori ha detto alla stampa che non vi sono prove definitive e certe sulle responsabilità dirette di Mubarak e degli altri imputati e che secondo lui la corte dovrà decidere una pena meno severa di quella richiesta. Il processo, nel quale Mubarak ed Habib el Adli devono rispondere anche di corruzione e di abuso dei propri poteri, è stato aggiornato al 9 gennaio e le arringhe della difesa dovrebbero concludersi il 10. Le famiglie delle vittime dicono di aver ricevuto assicurazioni che la sentenza verrà emessa prima del 25 gennaio, quando cadrà l’anniversario dell’inizio della rivoluzione di piazza Tahrir.

Via “La Stampa”

Egitto: elezioni e rivoluzioni

La storia non inizia il 25 gennaio. L’Egitto fra rivoluzione, vecchie dinamiche e poteri forti. [Lorenzo Declich]

 

Ragionando sulle elezioni egiziane, e usando le dovute cautele riguardo alla partecipazione al voto (52% e non 62% nonostante le paventate multe per chi non si presentava ai seggi), riguardo al tipo di votazione – forse la meno importante di tutte: la Camera bassa – e riguardo al processo elettorale che è ancora ben lontano dall’essere completo, si possono tirare alcune somme.

I Fratelli Musulmani sono il centro dello schieramento politico. Raccolgono i risultati del loro radicamento costruito nei decenni e non privo di compromissioni con il sistema di potere del recente passato. Al loro fianco si dispongono, con un bacino elettorale del 7-8%, le forze “liberali” non connotate dal punto di vista religioso ma che con i Fratelli Musulmani probabilmente flirteranno. Alla loro destra si dispongono (1) i resti “politici” del vecchio regime, un 3-4% di “potentati” che hanno resistito all’onda d’urto della rivoluzione del 25 gennaio e (2), con un 20% (sono usciti un po’ ridimensionati dai ballottaggi), le formazioni salafite che, la cosa non deve sfuggire, hanno raccolto la semina dei decenni passati, nei quali sono stati “usati” in funzione anti-Fratelli Musulmani proprio dal vecchio regime e abbondantemente supportati dal punto di vista logistico (televisioni) e finanziario dai paesi del Golfo, in particolar modo dall’Arabia Saudita. Alla sinistra dei Fratelli Musulmani troviamo una sinistra moderata che, con un 10%, ha mantenuto consensi d’opinione dopo la caduta del regime di Mubarak, beneficiando anche del proprio appoggio al cambio di regime. Infine incontriamo le compagini rivoluzionarie, al 4%.

Bene: qual è la novità? O meglio: c’è qualcosa di nuovo? Qui dobbiamo discernere fra ciò che già era in atto prima del 25 gennaio e ciò che si è costruito dopo. E bisogna inoltre tenere presente che, in una situazione del genere, non era oggettivamente possibile determinare quale sarebbe stato l’impatto elettorale delle forze di diretta emanazione del vecchio regime: che queste ultime si siano fermate a un complessivo e parcellizzato 3-4% ci racconta di quanto il “sistema” di Mubarak fosse “spalmato” sull’Egitto in maniera del tutto abusiva — un motivo in più per leggere in maniera corretta le ragioni della rivoluzione del 25 gennaio –, di quanto la vera forza politico-sociale del paese fosse invece quella dei Fratelli Musulmani e dei guasti che quella occupazione abusiva del potere ha determinato nel montare delle compagini salafite la cui partecipazione al voto, ricordiamolo, è a suo modo un per quanto contraddittorio sintomo dell'”integrazione” in atto di queste forze all’interno di un sistema politico che – per sua natura – non soddisfa l’aspirazione alla costruzione di uno Stato “teocratico” o per meglio dire “coranico”. Ovvero: i salafiti hanno partecipato al voto affermando che votare è sbagliato, hanno accettato una “conta” che ha rivelato la loro presenza massiccia ma non quella egemonia, sia relativa che assoluta, che avrebbe loro permesso di portare avanti la loro principale rivendicazione. Di nuovo, dunque, da questo punto di vista, c’è che sappiamo finalmente come si compone la compagine socio-politica egiziana, senza filtri intossicanti (se escludiamo qualche broglio e i “voti comprati” a suon di “panini”), il ché, come ho già avuto modo di notare, è un fatto decisamente positivo. Con queste elezioni si fotografa quel processo di “rincorsa” verso posizioni ultraconservatrici che aveva caratterizzato il periodo precedente.

E ora qualche parola per sottolineare che quello “sparuto” 4% della coalizione “rivoluzionaria” è certamente poco ma va letto ponendosi domande come ad esempio: quanti voti prenderebbe un cartello che ha per nome “La Rivoluzione Continua” in Italia? Così come sarebbe intelligente salutare con favore l’emersione delle vere forze in campo leggendole nell’ottica di un processo che potrebbe portare a un nuovo e maturo sistema democratico, dovremmo essere pronti a riconoscere in quel 4% la parte davvero “nuova” dell’Egitto (di cui fanno parte, fra l’altro, forze che hanno invitato a non votare). Quali che siano la sue contraddizioni e debolezze interne, quale che sia il suo destino, il suo impatto futuro o la sua capacità di strutturarsi “al di fuori” di quella particolare struttura che è il “tempo della rivoluzione”.

Infine due parole sul futuro, sempre nell’ottica del “cosa c’è di nuovo”. Se c’è qualcosa che fa difetto nelle analisi che troviamo in giro è la assenza di profondità storica, anche minima. Sembra quasi che l’Egitto sia esistito a partire dallo scorso 25 gennaio e che prima in Egitto non succedeva niente. Invece di dinamiche in atto in Egitto ve n’erano così come, ovviamente, era presente una politica economica, sociale e culturale che teneva conto delle spinte esterne e dei poteri forti globali. Questi poteri non hanno cessato di esistere, avevano una loro agenda prima del 25 gennaio e l’hanno tuttora. Forse l’hanno parzialmente modificata (vedi ad esempio gli Stati Uniti) ma ciò non significa che, sia prima che dopo il 25 gennaio, fossero in molti a “fare i conti” sulla testa degli egiziani. Oggi vediamo “in chiaro” vagonate di petrodollari spalmarsi sui progetti di sviluppo economico, vediamo “manifestamente” gli americani assestarsi su una posizione di “controllo” nei confronti dei Fratelli Musulmani, ma tutto questo non è davvero “nuovo”, si tratta di un qualcosa da leggere nel quadro di un continuum che — forse questo è davvero un dato su cui riflettere in termini generali — la “rivoluzione del 25 gennaio” non è riuscita a interrompere. La qual cosa potrebbe far dire a qualcuno che questa “rivoluzione” non è stata una vera rivoluzione. Un riflessione che definirei “nominalistica” e che anzi mi risulta molto fastidiosa, specialmente se articolata da quegli stessi italiani che di rivoluzioni, vere o non vere, non ne hanno mai fatte.

Via “globalist”

La Serenissima guardò all’Egitto

In principio fu San Marco. Fu lui a legare indissolubilmente la Serenissima con l’Egitto, e ben prima che due veneziani ne trafugassero il corpo da Alessandria nell’anno 828 della nostra era. La sua vita oscura fu plasmata ad arte proprio dalla Chiesa copta che lo volle suo fondatore in Alessandria, e dai veneti che ne fecero l’evangelizzatore delle proprie terre. Poi lo fecero transitare anche per la località di «Rivoalto» dove un angelo gli avrebbe annunciato il suo riposo eterno in quel luogo: la sua divina protezione su Venezia era sancita. Ma non è raro che le leggende abbiano inaspettati risvolti di verità, e difatti abbondano in terra veneta le prove che, ai tempi di Marco, l’Egitto era familiare. Non solo testimonianze dei culti egittizzanti di Iside o Serapide diffusi ovunque nell’Impero romano, ma anche monete alessandrine trovate in gruzzoli consistenti, indizi non banali di una possibile presenza di genti egizie tra le brume lagunari. È inevitabilmente roboante l’esordio della mostra «Venezia e l’Egitto», sancito dalla sublime Pala feriale di Paolo Veneziano con le storie del santo. Mostra ospitata nella maestosa sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale che ne evidenzia l’importanza per la città. Perché il rapporto di Venezia con l’Egitto fu molto più profondo e concreto dell’attrazione per l’antica civiltà sapiente e misteriosa che ha pervaso molte epoche della cultura occidentale. E tra le tante terre d’Oriente, proprio al l’Egitto la Serenissima ha sempre guardato con particolare attenzione, nel nome di San Marco e non solo. La mostra narra la storia di questo rapporto che, innanzitutto commerciale, si è tramutato nel tempo in profonda consuetudine con l’altro, in scambi di conoscenze e idee, e infinite avventure di gente che parlando mille lingue era ovunque di casa. Mostra che ha dovuto necessariamente mettere assieme competenze diversissime a partire dai curatori: uno storico dell’arte Enrico Maria Dal Pozzolo, una studiosa di letteratura Rosella Dorigo, una storica Maria Pia Pedani. E ricchissima di opere spettacolari, preziosità, documenti, curiosità. Tanti ma mai troppi perché ciascuno è indizio di vicende e intrecci sorprendenti. A partire dalla storia del leone marciano che, guarda caso, è assurto a simbolo della Serenissima nel Duecento quando il sovrano del Cairo Baybars si faceva chiamare «leone d’Egitto», adottando pure lui il leone nel suo stemma. O la storia di San Giovanni Elemosinario, patriarca di Alessandria nel VII secolo, le cui spoglie sono custodite e venerate dagli ortodossi nella chiesa veneziana di San Giovanni in Bragora (in mostra c’è il bel coperchio della cassa). O le storie dei molti capolavori di provenienza egizia nel tesoro di San Marco. Del tappeto cairota di oltre dieci metri, pezzo unico al mondo, della Scuola di San Rocco. Ma quasi stupiscono di più i molti frammenti di ceramiche mamelucche trovati in laguna, che per i veneziani non erano oggetti esotici ma di uso quotidiano. Come pure fu normale, per il pittore veneziano Pietro Liberi, fare nel Seicento lo stesso viaggio in Oriente che altri europei faranno solo due secoli dopo. Tra i pittori veneti l’attenzione per l’Egitto è costante, tra immagini di fantasia e filologico descrittivismo. Giorgione dipinge un Faraone tra i colli trevigiani. Tintoretto ambienta l’episodio di Giuseppe e la moglie di Putifarre in una sontuosa dimora veneziana. E tra le molte versioni della Fuga in Egitto (alcune sublimi come le 27 acquaforti di Giandomenico Tiepolo), spuntano proprio a Venezia anche temi desueti come Abramo che insegna l’astrologia agli egiziani del pittore barocco Antonio Zanchi. E non si contano le suggestioni egizie nelle opere del veneziano Giovanni Battista Piranesi, convinto come molti contemporanei che proprio lì risiedesse la vera sapienza. Per giungere poi all’indomani della spedizione napoleonica in Egitto quando Pietro Paolotti dipinge una Morte dei primogeniti contaminando invenzione e conoscenze scientifiche: pare un kolossal di Hollywood. Fu poi un veneziano, il patriarca di Aquileia Marco Grimani, a misurare già nel Cinquecento la piramide di Cheope. E un altro veneziano, Prospero Albini, a portare in Europa la pianta del caffè. Veneziano il primo stampatore in arabo d’occidente, che nel 1537 confezionò un Corano ma con troppi errori. E tra l’infinità di «documenti turchi» dell’Archivio di Stato di Venezia, spiccano le comunicazioni in linguaggi cifrati che utilizzavano sovente i non ancora decifrati geroglifici. Il documento principe è però la famosa Commissione all’ambasciatore in Egitto del 1504, con quella pagina poi cassata contenente la proposta di tagliare la terra a Suez. Si era da pochi anni doppiato il capo di Buona Speranza e i veneziani vedevano svanire il loro primato commerciale con l’Oriente. Il canale sarebbe stata la grande soluzione, ma rimase sulla carta. Per aprirsi poi nell’Ottocento su progetto di un altro conterraneo, il trentino Giovanni Negrelli. Ma prima di lui il padovano Giovanni Belzoni aveva rivelato al mondo molte meraviglie dei faraoni, il bellunese Ippolito Caffi aveva dipinto con sguardo acuto la vita d’Egitto, il rodigino Giovanni Miani aveva quasi trovato le sorgenti del Nilo.

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Venezia e l’Egitto, Venezia, Palazzo Ducale; fino al 22 gennaio 2012; www.visitmuve.it

Via “Ilsole24ore”